La sbolla made in China
Uscire dalla recessione al traino dei paesi emergenti, o meglio emersi, si conferma una scorciatoia non percorribile per l’Europa. Infatti, come se non bastassero le difficoltà nate dalla crisi dei debiti sovrani del nostro continente, ora anche dai nuovi colossi dell’economia globale arrivano segnali sinistri.

Uscire dalla recessione al traino dei paesi emergenti, o meglio emersi, si conferma una scorciatoia non percorribile per l’Europa. Infatti, come se non bastassero le difficoltà nate dalla crisi dei debiti sovrani del nostro continente, ora anche dai nuovi colossi dell’economia globale arrivano segnali sinistri. Si prenda la Cina: è di ieri la notizia secondo la quale i prezzi medi degli immobili del paese asiatico sono scesi per il sesto mese consecutivo. Per il governo di Pechino, che per mesi non ha nascosto di essere in guerra con una bolla immobiliare in fieri, si tratta di un piccolo successo. Certo è che quello immobiliare è un settore chiave dell’economia locale, che da solo genera il 10 per cento del pil (e di più se si tiene conto anche della produzione di acciaio e cemento), e quindi una caduta dei prezzi non potrà che portare a un rallentamento della crescita di tutto il paese. Non una buona notizia per l’Europa.
Senza contare che ieri il Fondo monetario internazionale ha messo in guardia dalle vulnerabilità interne ai paesi emergenti, puntando il dito sulla situazione del mercato del credito cinese. Infine c’è un altro indizio che viene da oriente: sempre ieri, Bloomberg ha reso noto che il flusso di investimenti diretti esteri verso la Cina si è assottigliato a marzo per il quinto mese consecutivo. In particolare, nel primo trimestre 2012, gli investimenti in arrivo dall’Ue sono diminuiti del 31,3 per cento rispetto ai primi tre mesi del 2011. Sono numeri, specie questi ultimi, che descrivono un’Europa a rischio avvitamento, ma che allo stesso tempo lasciano presagire difficoltà d’aggiustamento perfino per la seconda economia del pianeta.